R.Murray Schafer nel settimo capitolo del suo studio “Il Paesaggio Sonoro” analizza il rapporto tra la Musica e il paesaggio sonoro indagando sviluppi e mutamenti nelle abitudini percettive.
Inizialmente ripropone (a mio giudizio in modo poco approfondito) la divisione della Musica in due grandi categorie:
La musica assoluta e la musica a programma.
Nel primo caso il compositore dà forma a paesaggi sonori ideali traendoli dalla sua immaginazione mentre nel caso della musica a programma la composizione rappresenta un’imitazione dell’ambiente.
Schafer fa quindi notare come storicamente la musica sia entrata nelle sale da concerto quando non è stato più possibile un suo ascolto soddisfacente in uno spazio aperto, questo coincide con l’urbanizzazione e l’industrializzazione della società occidentale:
“Quartetto d’archi e pandemonio urbano sono storicamente contemporanei”
La sala da concerto ha dato origine a forme espressive di assoluta imitazione della Natura.
Questa convincente imitazione corrisponde storicamente alla crescente importanza del paesaggio nella pittura (fino a diventare un vero e proprio genere pittorico), conseguenza questa dell’allontanamento delle gallerie d’arte e dei musei dal paesaggio naturale e la loro diffusione nel cuore di città sempre più popolose.
In entrambi i casi quindi, nella musica e nella pittura, l’imitazione della Natura è concepita per l’esposizione o la fruizione in un contesto non naturale.
In questa fase sia nella pittura che nella musica l’atteggiamento nei confronti della Natura è un atteggiamento panoramico, basato sulla ricchezza e sull’accuratezza del dettaglio.
L’artista osserva il paesaggio a distanza, la Natura esprime la sua bellezza e l’autore “…funge da suo segretario”
Con il passaggio all’epoca romantica il compositore interviene a colorare la natura secondo la propria personalità e i propri stati d’animo.
Avviene quindi un rovesciamento del rapporto gerarchico tra eventi naturali e sentimenti dell’artista.
Nella musica è possibile cogliere un ulteriore cambiamento storico dovuto al passaggio dal paesaggio naturale al “pandemonio urbano” (ulteriormente degenerato nel frastuono industriale): la nascita della musica orchestrale.
Lo spettro sonoro dell’orchestra rispecchia la crescente densità della vita urbana, fin dalla sua nascita l’orchestra non ha fatto altro che crescere nelle sue dimensioni e nella sua coordinazione, i suoi strumenti sono stati continuamente rafforzati tecnicamente e aumentati di capacità di emissione sonora fino a rendere tutto questo complesso organismo sonoro competitivo con il frastuono urbano e industriale.
Secondo un tremendo parallelismo l’aumento del numero degli strumenti portò ad una divisione e organizzazione del lavoro orchestrale corrispondente a quello della fabbrica.
Il direttore d’orchestra quindi organizzava l’esecuzione come l’imprenditore gestiva il processo di fabbricazione.
Il compositore agiva come l’inventore che progettava sulla carta il prodotto finito.
Il ritmo si scandiva ad alti volumi come la successione delle operazioni costruttive.
“Il modello strutturale della nuova società era dunque nella costituzione dell’orchestra, realizzato nell’arte prima di essere abbozzato nella tecnica” (Lewis Mumford)
Il tutto in costante aumento allo scopo di rendere possibile, nella Musica come nella società, la totale dissoluzione in una retorica della magniloquenza.