Secondo C.Cox la musica e il suono si differenziano per la loro diversa relazione con l’essere e il tempo.
La musica costituisce una sezione mobile di un vasto campo di forze e flussi sonici.
La musica vede il tempo come oggetto modulare narrativo mentre il suono sorpassa il tempo divenendo un’esperienza di durata (bergsoniana).
L’indagine di Christoph Cox si colloca all’interno di un ampio campo di ricerca sull’individuazione di un proprio dominio epistemologico della sound art all’interno della dialettica tra quest’ultima e la musica e ne esplora i confini disciplinari.
L’approccio teorico a questo campo risulta delinearsi per analogie e differenze con il visualismo.
Seth Kim-Cohen analizza questa dicotomia introducendo il concetto di “Non-Coclearità” della sound art modulato su quello di “Non-Retinalità” dell’arte visuale introdotto da Marcel Duchamp.
Slittando questo concetto nel dominio dell’ascolto la sound art, secondo Kim-Cohen, oltrepassa sia il piano materiale che quello percettivo ridefinendo criticamente l’atto stesso di fare arte, mettendo in evidenza la configurazione di qualcosa (simile al parergon di Derridà) che viene “al fianco” e “oltre” il lavoro compiuto.
Questa configurazione delinea la pratica compositiva della sound art che non riguarda più, come nella musica il vocabolario discorsivo delle forme tonali in movimento, ma si avvicina più a una liberazione dalla specificità mediale, una pratica inclusiva rispetto a tutto quello spettro sonico che la musica considera “extra-musica”.
Quello che nella musica “eccede” le forme tonali e ritmiche, nella expanded sonic pratice diventa relazione verso e tra il processo ed il prodotto. L’eccesso, il marginale, l’extra-musicale nella musica diventa il focus centrale nella sound art e la sua missione è dare significato o valore a tutti quei registri dei quali non rendono conto i sistemi musicali occidentali.