In questo testo Salomé Voegelin si propone di delineare i primi aspetti di un discorso intorno alle teorie del suono attraverso un’analisi delle pratiche della Sound Art.
Partendo dal presupposto che la comprensione di un determinato fenomeno sia inavvertitamente influenzata dalla funzione (il meccanismo fisico) del senso maggiormente utilizzato e dalle interpretazioni culturali sedimentate nell’osservatore, l’autrice analizza come oggi l’impulso principale sia quello di sussumere il suono all’analisi visuale, ignorando quindi l’evento ascoltato.
Il suono viene cioè utilizzato per dare corpo al visuale, per renderlo reale, il suono dà all’immagine la sua dimensione spaziale e la sua dinamica temporale.
Questo secondo Voegelin è un errore così radicato che oggi sta “infettando” le idee della critica musicale e l’intero discorso riguardo alla Sound Art che si focalizzano solo sullo spartito, sull’arrangiamento, sul performer o sull’orchestra, sulla sorgente sonora, sulla vista dell’istallazione o sulla documentazione dell’evento sonico, in breve sulla sua manifestazione visuale piuttosto che sul suono stesso.
L’invisibilità effimera del suono sembra in prima analisi ostruire l’impegno critico mentre l’apparente stabilità dell’immagine invita alla critica in quanto presume una presa di distanza dall’oggetto.
Il vedere avviene sempre a distanza da ciò che è visto. Questa distanza consente il distacco necessario all’analisi e alla critica.
D’altra parte l’ascoltare è carico di dubbi fenomenologici, l’ascolto non offre una “meta-posizione” rispetto al fenomeno ascoltato, non esiste un posto dove l’ascoltatore non è simultaneo all’evento sonoro.
Per quanto lontana sia la sorgente sonora. Non si può ascoltare se non immersi nell’evento sonoro, che non è la sua sorgente ma il suono stesso.
Questo porta il discorso su una filosofia della Sound Art a concentrarsi su principi di condivisione del tempo e dello spazio con l’oggetto o l’evento preso in considerazione.
Il centro di questo tipo di filosofia è la partecipazione dell’ascolto e non il distacco dell’osservazione visuale e l’oggetto preso in considerazione è necessariamente non considerabile come un artefatto ma come un evento di produzione dinamica.
Questa produzione -dinamica e continua- coinvolge l’ascoltatore in una percezione intersoggettiva.
Il percepito e il soggetto dell’opera sono concomitanti e transitori l’uno nell’altro.
Una filosofia del suono fornisce quindi intuizioni piuttosto che verità, questo tuttavia non la rende una filosofia irrazionale o arbitraria ma ne chiarifica l’intenzione di abbracciare l’esperienza del suo stesso oggetto piuttosto che rimpiazzarla con delle idee.
Il suo fine non è mediare l’esperienza sensitiva dell’opera d’arte attraverso teorie e categorie tese a produrre canoni per diminuire quei dubbi fenomenologici insiti nell’ascolto ma produrre un coinvolgimento nella pratica dell’ascolto e nella narrativa del suono, non attraverso conclusioni ma attraverso strategie di coinvolgimento e tentativi di interpretazione.